Dislessia: una mamma racconta

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Tra le molte testimonianze di bambini e ragazzi dislessici e loro famigliari accumulatesi negli anni, poche seguono, come in questo libro, uno stesso soggetto dall’infanzia all’età adulta. Se il caso di Nicola merita uno spazio tutto a sé è perché, al di là delle difficoltà di percorso, esso racconta, nel suo dispiegarsi dall’ingresso a scuola alla laurea conseguita presso l’Accademia di belle arti, di un successo personale e scolastico. Isolare gli “ingredienti” di questo successo potrebbe dunque essere utile per capire se, e a quali condizioni, esso possa essere replicato. 

Il libro si articola come una conversazione tra Maria Cristina, la madre di Nicola (nonché insegnante di biologia in un istituto professionale) e Catterina Pasqualin, dirigente scolastica. Si parte dal presente, da quel essere finalmente “fuori” dalla storia che consente con un po’ più di distacco e serenità di ripercorrerla nei suoi nodi fondamentali: a cominciare da un impatto tutto negativo con le scuole elementari, dove il giudizio delle insegnanti già alla fine del primo quadrimestre della prima classe disconosce a Nicola ogni qualità positiva. Una diagnosi precisa arriva purtroppo solo alla fine della seconda elementare: nel frattempo la madre si pone come “cuscinetto” tra Nicola e le maestre, lavorando per lui dove non può farcela ma al contempo spronandolo a lavorare dove sa che può arrivare. 

La logopedista che diagnostica a Nicola la dislessia, dopo un periodo di trattamento, cerca di illustrare la situazione alle maestre, trovando però un interlocutore poco ricettivo. 

Fortunatamente con l’ingresso alle scuole medie migliora il rapporto con gli insegnanti e, tramite la zia, arriva l’ufficializzazione della diagnosi, un ulteriore incentivo a sperimentare alla ricerca della giusta via. Continua il lavoro di Maria Cristina, che “sperimentando sul campo” cerca di comprendere le modalità cognitive del figlio e di metterle a frutto, dovendosi al contempo districare tra il ruolo di madre e quello di insegnante. La vera svolta si realizza però con l’ingresso al Liceo Artistico, dove finalmente l’ufficializzazione della diagnosi può essere messa a frutto, e Nicola incontra insegnanti più disponibili, in particolare il professore di Modellato, un tempo anche lui bambino dislessico… 

Il dirigente scolastico coinvolge anche un insegnante di sostegno che dovrebbe fare da collegamento tra gli insegnanti, la famiglia e gli esperti, contribuendo a costruire per Nicola un percorso di apprendimento personalizzato; in assenza di un handicap, tuttavia, la sua posizione non può essere ufficializzata.

Dunque, ritornando al punto di partenza, Quali sono gli “ingredienti” di questo successo? Certamente il ragazzo che metteva a frutto quanto andava imparando; la famiglia che è stata costantemente presente a vari livelli; il consiglio di classe che è riuscito a creare delle condizioni favorevoli a Nicola; infine la presenza dell’insegnante di sostegno che si è adoperato per coordinare e potenziare. Un insieme di circostanze favorevoli insomma. Ma ciò che è stato realizzato con Nicola può essere ripetibile ed esportabile altrove con minor dispendio di energia? 

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